Pubblicato · 2026-09-14
Dove sta la mappatura del degrado nella sequenza degli elaborati
L'errore di impostazione più comune è produrre la mappatura del degrado come primo elaborato tematico. Non lo è. La sequenza corretta è: rilievo geometrico — il prospetto metricamente corretto, senza tematismi; mappatura materica — l'identificazione dei materiali costitutivi per porzioni di superficie; mappatura del degrado — le forme di alterazione, riferite ai materiali della tavola precedente; progetto di intervento — le lavorazioni, riferite alle forme della tavola precedente.
L'ordine non è burocratico. La UNI 11182 descrive forme di alterazione dei materiali lapidei naturali e artificiali, e diverse forme sono definite in relazione al substrato: una crosta su marmo e una crosta su intonaco di calce sono la stessa voce di lessico ma due lavorazioni diverse, con due prezzi diversi. Saltando la mappatura materica, la tavola del degrado non è traducibile in computo senza tornare in cantiere.
Le tre tavole tematiche devono condividere la stessa identica base geometrica, cioè lo stesso file di partenza con gli stessi layer architettonici. Se la base cambia da una tavola all'altra, le superfici non si sovrappongono e il confronto diventa impossibile.
Cosa prescrive la UNI 11182
La UNI 11182:2006, Beni culturali – Materiali lapidei naturali ed artificiali – Descrizione della forma di alterazione – Termini e definizioni, stabilisce il lessico con cui si nominano le forme di alterazione e degradazione visibili a occhio nudo. Ha sostituito la precedente NORMAL 1/88, di cui amplia e aggiorna il repertorio, e si applica sia alla pietra naturale sia ai lapidei artificiali: malte, stucchi, intonaci, laterizi, calcestruzzi.
Non è un riferimento accademico. Il vademecum per le facciate della Soprintendenza di Padova e Venezia prescrive esplicitamente l'uso della terminologia UNI 11182 per il riconoscimento e la classificazione del degrado negli elaborati grafici, e prescrizioni analoghe ricorrono nelle disposizioni di numerose altre Soprintendenze. Se nella legenda compaiono termini come "annerimento", "sbollature" o "sfarinamento", si sta usando un vocabolario che l'ente non riconosce, e la tavola è contestabile su un piano puramente formale, prima ancora che nel merito.
Una distinzione che la norma pone e che viene sistematicamente confusa in fase di redazione: alterazione indica una modificazione del materiale che non implica necessariamente un peggioramento sotto il profilo conservativo, mentre degradazione implica un peggioramento. Una patina di ossalati stabile è un'alterazione e in molti casi va conservata; una crosta nera è una degradazione e va rimossa. Se la legenda le tratta come equivalenti, il progetto di intervento che ne deriva prescrive puliture su superfici che non andavano toccate — ed è un errore che in restauro non si corregge.
Le definizioni integrali stanno nella norma, documento a pagamento acquistabile dal catalogo UNI. Qui interessa un altro livello: come ciascuna forma si comporta geometricamente sul disegno.
Le forme di alterazione classificate per geometria di rappresentazione
Questa classificazione non è nella norma: è funzionale al disegno, e decide se dalla tavola si estraggono quantità oppure no.
Forme a sviluppo areale — si mappano come polilinee chiuse campite. Sono quelle da cui esce il metro quadro, e costituiscono la maggior parte del repertorio: alterazione cromatica · alveolizzazione · concrezione · crosta · degradazione differenziale · deposito superficiale · disgregazione · efflorescenza · erosione · esfoliazione · incrostazione · macchia · patina · patina biologica · pellicola · pitting · polverizzazione · presenza di vegetazione · scagliatura · subefflorescenza.
Forme a sviluppo lineare — si mappano come polilinee aperte, con spessore o tratteggio codificato. Da qui esce il metro lineare, che è l'unità con cui si computano stuccature e iniezioni: fessurazione · fratturazione. Per queste due il disegno 2D perde un'informazione che il computo richiede: l'ampiezza. Una fessurazione di 2 mm e una di 15 mm hanno lo stesso sviluppo lineare e due lavorazioni diverse. Conviene predisporre layer distinti per classi di ampiezza — per esempio sotto i 5 mm, tra 5 e 20, oltre i 20 — oppure un attributo sulla polilinea, dichiarando la convenzione in legenda.
Forme con perdita o variazione di materia — richiedono la superficie ma portano con sé una terza dimensione che la tavola non rappresenta: deformazione · distacco · lacuna · mancanza · rigonfiamento. Per queste la superficie da sola non basta a computare: una mancanza profonda 2 cm e una profonda 15 cm hanno la stessa area e volumi di ripristino incomparabili. Vanno accompagnate da quotatura puntuale della profondità o da un abaco riferito a un identificativo del poligono.
La distinzione tra lacuna e mancanza è quella su cui si sbaglia più spesso. La prima presuppone un elemento la cui presenza originaria è documentabile e di cui si legge il perimetro; la seconda la perdita di parti del materiale. Sono due voci di computo diverse, e vanno su due layer diversi.
Precisione richiesta e tolleranze
Prima di parlare di layer va fissato cosa significa "in scala" in termini numerici, perché è il punto su cui una tavola si difende o cade.
Errore di graficismo — la convenzione consolidata fissa in 0,2 mm l'errore grafico minimo apprezzabile su un elaborato. Moltiplicato per il denominatore della scala, dà la tolleranza metrica ammissibile: a 1:20 = 4 mm; a 1:50 = 10 mm; a 1:100 = 20 mm.
Le mappature del degrado su facciata si redigono normalmente a 1:50, con stralci a 1:20 o 1:10 per i dettagli significativi. La tolleranza operativa è quindi dell'ordine del centimetro: un errore di scala complessivo superiore a questo valore rende la tavola formalmente non conforme alla scala dichiarata.
Risoluzione della base fotografica — perché la vettorializzazione possa rispettare quella tolleranza, il fotopiano deve avere una dimensione del pixel al suolo (GSD) inferiore all'errore di graficismo: GSD = larghezza reale inquadrata / larghezza immagine in pixel.
Una facciata di 12 m ripresa con un'immagine da 4000 px di base dà un GSD di 3 mm, adeguato per 1:50 e ancora accettabile per 1:20. La stessa facciata ripresa a 1200 px dà 10 mm, cioè esattamente la tolleranza a 1:50: già al limite, e insufficiente per qualunque dettaglio. Regola pratica: puntare a un GSD pari o inferiore a metà della tolleranza della scala di restituzione.
La base ortofotografica e i suoi limiti
Fino a qualche anno fa il fotopiano si otteneva per raddrizzamento di uno scatto singolo su almeno quattro punti di controllo, con una proiezione su piano. Oggi la prassi corrente è l'ortomosaico da restituzione fotogrammetrica SfM — Metashape, RealityCapture, 3DF Zephyr — in cui la proiezione avviene sul modello tridimensionale e non su un piano.
La differenza è sostanziale. Nel raddrizzamento piano qualunque elemento aggettante viene spostato radialmente rispetto al punto principale, di una quantità proporzionale alla profondità dell'aggetto e alla distanza dall'asse di ripresa: una cornice con 30 cm di sporgenza, ripresa da 15 m su un punto a 6 m dall'asse, risulta spostata di circa 12 cm, dieci volte la tolleranza a 1:50. L'ortoproiezione su mesh elimina questo errore alla radice, ed è il motivo per cui su facciate articolate il raddrizzamento piano non è più difendibile.
I limiti però si spostano, non scompaiono:
- Qualità della mesh nelle zone a bassa tessitura. Intonaci uniformi, superfici in ombra profonda e campiture monocrome generano nuvole rade: lì la geometria è interpolata, e i contorni che ne derivano sono meno affidabili di quanto la nitidezza dell'ortofoto lasci credere.
- Cuciture tra le immagini. Sulle linee di giunzione tra scatti adiacenti si producono discontinuità di uno o due pixel, che in vettorializzazione diventano spezzature su elementi che nella realtà sono continui.
- Sottosquadri e forte aggetto. L'ortofoto resta una proiezione su un piano di riferimento verticale: l'intradosso di un cornicione o il fianco di una lesena non compaiono. Non è un errore, è la natura dell'elaborato, ma va ricordato quando si computano superfici che includono elementi tridimensionali.
- Sovracampionamento in esportazione. Se il GSD di export si imposta più fine di quello effettivo delle immagini, si ottiene un file più pesante e una precisione apparente che i dati non sostengono.
Sulla scala: in un rilievo fotogrammetrico corretto è già risolta a monte, da punti di appoggio topografici o da barre di calibrazione, e l'accuratezza metrica dell'ortofoto è quella del suo appoggio, non quella delle fotografie. Il dato sopravvive però solo nel formato giusto — nell'header di un GeoTIFF o nel world file affiancato al TIFF. Esportando in JPG, o spostando il file senza il `.tfw`, quell'informazione si perde e il disegno che ne deriva torna a essere adimensionale: da cui la necessità di ricalibrare a valle su una misura reale.
Calibrazione della scala e propagazione dell'errore
La base vettoriale va ancorata a una misura reale presa in cantiere. Su come si sceglie quella misura si gioca la precisione dell'intera tavola, e quasi nessuno ci ragiona.
L'errore relativo di scala è il rapporto tra l'incertezza della misura di riferimento e la sua lunghezza. A parità di incertezza — poniamo 5 mm: su una base di 1 m → errore di scala dello 0,5% → su una facciata di 12 m, 6 cm di errore; su una base di 10 m → errore di scala dello 0,05% → sulla stessa facciata, 6 mm. Stessa incertezza di misura, un ordine di grandezza di differenza sul risultato.
Da cui le regole: scegliere la base più lunga leggibile nel disegno — l'interasse tra le aperture estreme batte la larghezza di un portale; scegliere estremi materialmente netti — uno spigolo vivo, non un bordo di intonaco degradato o una mandorla di malta; misurare con distanziometro, non con rotella — la rotella su 10 m, con catenaria e tiro variabile, introduce più incertezza di quanta ne tolga la base lunga; prendere una seconda misura su asse diverso e usarla per verifica, non per calibrazione — se dopo la calibrazione la seconda misura sul disegno si discosta oltre la tolleranza di scala, il problema è a monte: la rettificazione non è corretta.
Sull'errore di scala vale la pena essere espliciti anche in termini economici. Le aree dei poligoni di degrado diventano le quantità del computo metrico: pulitura, consolidamento, stuccatura, trattamento biocida. L'errore di scala si propaga al quadrato sulle superfici: un errore lineare dell'1% diventa circa il 2% sulle aree. Su una facciata di 400 mq con lavorazioni a prezzario, sono migliaia di euro di scostamento in un computo che qualcuno controfirma.
Struttura del file CAD
Layer — una regola sola, senza eccezioni: un layer per forma di alterazione. Mai un layer unico "degrado" con campiture diverse al suo interno. Mettendo tutto insieme, per estrarre le quantità si deve selezionare a mano per retino, e su una facciata con duecento poligoni è un lavoro che non si farà.
Nomenclatura che regge: DEG_CROSTA · DEG_MANCANZA · DEG_LACUNA · DEG_PATINA-BIOLOGICA · DEG_FESSURAZIONE_05-20 · DEG_EFFLORESCENZA · MAT_INTONACO-CALCE · MAT_PIETRA-ISTRIA · ARC_PROFILI · ARC_APERTURE · ARC_QUOTE. Prefisso costante per famiglia (DEG, MAT, ARC) così da isolare un intero tematismo con un filtro; nome della forma esattamente come da norma; trattino al posto dello spazio; eventuale suffisso di classe. Colore e tipo di linea assegnati per layer, mai per oggetto: assegnandoli per oggetto, il filtro per layer continua a funzionare ma la stampa no.
Unità del file — impostare l'unità del disegno prima di iniziare e dichiararla. Nel DXF l'informazione viaggia nella variabile $INSUNITS: se è indefinita, il file importato in un altro ambiente può essere riscalato di un fattore 10, 100 o 1000 senza alcun avviso. È il modo più banale e più frequente di perdere una calibrazione fatta bene.
Campiture — molti capitolati richiedono il simbolo grafico associato alla forma di alterazione. In assenza di prescrizione, usare retini distinti con scala di retinatura impostata per layer, non per singolo oggetto: in stampa, campiture della stessa forma a scale diverse sembrano forme diverse. Le campiture devono essere associative e i poligoni chiusi, altrimenti l'area non si calcola.
Estrazione delle quantità — con i layer impostati così, l'estrazione è automatica. In ambiente AutoCAD, DATAEXTRACTION esporta in CSV area e perimetro di tutti gli oggetti raggruppati per layer; in alternativa il campo Area in una tabella associativa aggiorna le quantità a ogni modifica del poligono. Il CSV va direttamente nel foglio del computo. È questo il motivo per cui la struttura dei layer non è pignoleria: è ciò che trasforma tre giorni di ricalcolo manuale in un export.
Formato di consegna — DXF per la consegna tecnica, in una versione che l'ente sia in grado di aprire: R2013 è oggi il compromesso ragionevole, leggibile anche da installazioni più datate. Prima dell'export: purga dei layer vuoti, verifica dei poligoni non chiusi, esplosione dei blocchi non necessari.
SVG è il formato giusto se la mappatura viene eseguita in ambiente di grafica vettoriale invece che in CAD — pratica diffusa tra i restauratori, che ci lavorano più rapidamente. Il prezzo da pagare è che il calcolo delle aree non è nativo e va ricostruito, quindi conviene solo se la restituzione quantitativa avviene comunque su un altro file.
Da dove esce la base vettoriale
Il percorso classico è ridisegnare il prospetto in CAD sopra il fotopiano. È il metodo corretto e nessuno lo mette in discussione, ma su una facciata articolata sono ore di ricalco manuale, ed è la fase in cui il rilievo si mangia il margine.
L'alternativa è ottenere la vettorializzazione automaticamente dal fotopiano e dedicare il tempo alla mappatura, che è la parte che richiede l'occhio del tecnico. È quello che fa CVCAD: si carica l'immagine rettificata, l'applicazione restituisce la geometria vettoriale, e prima del download si selezionano due punti di snap sull'anteprima e si assegna la distanza reale — in millimetri, centimetri o metri. La scala viene applicata al disegno, e il DXF o l'SVG che si scarica è già in scala reale, pronto per essere importato e mappato.
Due limiti dichiarati, perché servono a usarlo bene. La rettificazione resta a monte e non la esegue CVCAD: partendo da un'immagine non ortorettificata, la geometria eredita la deformazione prospettica, e nessuna calibrazione a due punti la corregge. E la geometria in uscita è una base di disegno, non un elaborato finito: va letta e ripulita, perché il degrado stesso — il bordo netto di una crosta, l'ombra di una lacuna profonda, il limite di una macchia di risalita — genera contorni ad alto contrasto che l'algoritmo legge come linee, e che nel prospetto architettonico non devono comparire.
In sviluppo: pre-segmentazione assistita delle forme di alterazione
Il team di CVCAD sta lavorando a un algoritmo per il riconoscimento automatico di alcune forme di alterazione a partire dall'immagine di facciata.
L'obiettivo non è sostituire la diagnosi. È restituire, insieme alla geometria architettonica, una pre-segmentazione delle aree a contrasto omogeneo riconducibili a un numero limitato di forme — quelle con una firma visiva sufficientemente stabile, tipicamente le forme a sviluppo areale con netta discontinuità cromatica — consegnate su layer separati e già perimetrate, da validare, correggere e riclassificare.
La distinzione è sostanziale e va dichiarata senza ambiguità: un algoritmo può proporre un perimetro, non può attribuire una forma di alterazione ai sensi della UNI 11182. Quell'attribuzione richiede la lettura del substrato, dello stato di coesione, spesso una verifica tattile o strumentale in situ, e resta in capo al tecnico che firma l'elaborato — con le responsabilità che il D.Lgs. 42/2004 assegna alle figure qualificate per gli interventi sui beni culturali. Quello che l'automatismo può togliere è il tempo di perimetrazione, che su una facciata complessa è la parte più lunga e meno qualificante del lavoro.
Gli errori che fanno tornare indietro la tavola
Legenda con termini non normati — il motivo di rigetto più frequente e il più facile da evitare.
Alterazione e degradazione trattate come sinonimi — porta a prescrivere puliture su patine da conservare.
Poligoni non chiusi — sembrano campiti a video, ma l'area non si calcola e il computo salta.
Sovrapposizioni non dichiarate — una crosta su un'alterazione cromatica è legittima, ma sommando le aree si conta due volte la stessa superficie. Vanno dichiarate in legenda o risolte gerarchicamente.
Degrado sullo stesso layer della base architettonica — rende impossibile l'estrazione automatica delle quantità.
Base geometrica diversa tra mappatura materica e mappatura del degrado — le superfici non si sovrappongono e le due tavole non sono confrontabili.
$INSUNITS non impostata — il file si riscala di un fattore 10 o 100 all'importazione, senza avvisi.
Nessuna indicazione della misura di calibrazione — va riportata in tavola, con il punto in cui è stata presa e lo strumento usato. È ciò che rende il rilievo verificabile da terzi, ed è la prima cosa che guarda chi controlla.
CVCAD converte immagini in disegni CAD vettoriali scaricabili in DXF e SVG, con calibrazione della scala su due punti di snap prima del download.